SERVIZIO NAZIONALE PER LA PASTORALE DELLE PERSONE CON DISABILITÀ
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Giubileo dei Giovani: gli eventi con il SNPPD | Leggi le testimonianze

Collage di foto dai due giorni di incontri presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini
Riflessioni, testimonianze, preghiere, momenti di spettacolo. Il 30 e 31 luglio 2025 presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
9 Agosto 2025

Migliaia di giovani si sono dati appuntamento a Roma per il Giubileo dei Giovani. Dal 28 luglio al 3 agosto 2025 una settimana di fede, preghiera e incontro in comunione con il Papa e con i loro coetanei di tutto il mondo.

Alcuni eventi del 30 e 31 luglio hanno visto la collaborazione del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità. Accessibili attraverso LIS, audiodescrizioni, testi in CAA. Questi eventi si sono svolti a Roma, presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, in via Acciaioli 2. Due giorni di riflessioni, testimonianze, preghiere, momenti di spettacolo.

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Don Riccardo PinceratoDon Riccardo Pincerato, responsabile del Servizio nazionale CEI per la pastorale giovanile, com'è il Giubileo dei Giovani visto da qui, da questi due giorni presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini?

«È il Giubileo di una famiglia con le braccia aperte, una famiglia che è capace di stare al passo di tutti, anzi, che desidera stare al passo con tutti. E quindi dà la possibilità di allargare ancora di più il cuore, le braccia e lo sguardo».

 

 

LE VOCI DEI GIOVANI CHE HANNO PORTATO LA LORO TESTIMONIANZA

  • GIOVANI E SPORT

Andrea: «Tanti paesi, un unico linguaggio»

Andrea BattistiniAndrea Battistini, 32 anni, responsabile della comunicazione della FSSI – Federazione Sport Sordi Italia

«Ho conosciuto la Federazione diversi anni fa tramite il mio allenatore di basket di allora. Ha il papà sordo e mi ha introdotto a questa realtà. Qui si fanno esperienze grazie alle quali comprendi il valore reale dell'inclusione, da persona udente come me o da persona sorda. Negli eventi internazionali a cui ho partecipato ho visto comunicare tra loro persone provenienti da qualsiasi parte del mondo con un linguaggio comune, ovvero tramite l'utilizzo di mani, di espressioni facciali. Ed è importante assistere, soprattutto in un momento storico come questo, a una persona israeliana che comunica con una persona iraniana o un giapponese che parla con un brasiliano».

Che significa per te oggi avere un'esperienza quotidiana presso la Federazione?
«Significa sentirsi un privilegiato, ma soprattutto sentirsi partecipe di un movimento che davvero migliora la qualità di vita delle persone con disabilità uditiva, a livello sportivo e sociale».

Conoscere la FSSI porta ad allargare e approfondire lo sguardo?
«Direi proprio di sì. Il nostro obiettivo è quello di farci conoscere sempre di più. E le Deaflympics, le Olimpiadi delle persone sorde, che si svolgeranno a Tokyo a novembre di quest'anno, possono rappresentare una delle opportunità più importanti. Il livello delle competizioni è molto alto. Avremo modo di farci conoscere meglio e il pubblico vedrà degli atleti di alto livello».

Lelia: «Non penso mai al podio»

Lelia BellesiniLelia Bellesini, 37 anni, nuotatrice, Special Olympics

«Sono spesso ad allenarmi in piscina e questo mi fa stare bene fisicamente. Gli altri nuotatori, gli allenatori sono per me una famiglia. Mi fanno sentire orgogliosa di essere qui con loro. E con loro cerco di migliorarmi sempre più».

Quante medaglie hai vinto finora?
«Tantissime, penso cinquanta più o meno, non ricordo con precisione. Le conservo tutte, ovviamente».

Qualche volta ti capiterà di non raggiungere il risultato che speravi.
«Certo, però l'importante è fare bene. Anche meglio della volta precedente. Una specie di gara con me stessa. Quando gareggio non penso mail al podio. È abbattere le barriere, migliorare ogni volta che mi rende felice!».

Cosa apprezzano di te in modo particolare gli altri ragazzi di Special Olympics?
«Penso apprezzino il fatto che ho tanta energia e credo in quello che faccio. Non solo nello sport ma in ogni campo».

Matteo: «A Bangkok gareggerò sia da solo che in squadra»

Matteo Falchi

Matteo Falchi, 27 anni, nuotatore

«Faccio nuoto a livello agonistico. Mi preparo per Bangkok, dove dal 20 al 30 agosto si terranno i Virtus World Swimming Championships, i Mondiali dedicati agli atleti con disabilità intellettivo relazionale. Parteciperò sia a competizioni individuali che di squadra, perché sono in programma staffette con persone con Asperger ad alto funzionamento. Penso che alternare, gare individuali e in squadra, sia un modo per mettersi alla prova in continuazione».

Durante la tua testimonianza hai ribadito che la cosa più bella di queste esperienze non è la gara in sé. Neanche un'eventuale vittoria.
«No, quello che più mi piace di questa esperienza sono gli scambi interculturali, importanti per abbattere barriere».

Matteo, tu fino a quando avevi 6 anni quasi non parlavi. Poi un giorno ti sei buttato in acqua e...
«L'acqua è il mio elemento naturale. Io già a 4 anni chiedevo ai miei di andare al mare anche d'inverno. L'acqua mi fa sentire libero, fresco. Oggi per me l'acqua è anche allenamento. Duro, quotidiano. Bellissimo!».

Cosa ti aspetti da Bangkok?
Mi aspetto di combinare delle buone cose, di fare delle bellissime prestazioni, perché all'estero ho sempre fatto meglio rispetto a quando gareggio in Italia. E poi, certo, mi aspetto di conoscere tante persone, di entrare in contatto con altre culture».

Marzia: «Anche un pallone può rendere felici»

Marzia AsnaghiMarzia Asnaghi, 20 anni, polisportiva Virtus Bovisio Masciago, collaboratrice del CSI – Centro Sportivo Italiano

Sei stata in Camerun con il CSI. Come sei tornata?
«Sicuramente non come sono partita. Quando vai lì la prospettiva cambia totalmente. Tutto contribuisce. Anche le semplici abitudini quotidiane che noi diamo per scontate. Oggi mi sento in colpa se lascio aperto il rubinetto del bagno qualche secondo in più del dovuto, perché in Camerun ogni momento ti rendi conto di quanto l'acqua sia un bene preziosissimo. Questa mia attenzione qui diventa anche una testimonianza per gli altri che non hanno avuto la fortuna o l'occasione di vedere quello che ho visto io».

Ma in Camerun cosa ci sei andata a fare?
«Siamo andati a... portare palloni, attrezzature, magliette, divise. Ogni giorno ci recavamo in un quartiere diverso e restavamo l'intera giornata. Lo sport è un'attività che unisce, crea amicizie, sollecita la collaborazione, la cooperazione tra le persone. Però devi avere la possibilità di farlo lo sport. Ecco, lì non c'è. Vedere la gioia dei bambini davanti a un semplice pallone riempie il cuore. Negli oratori italiani i bambini scelgono un pallone giallo, ad esempio, perché non piace loro l'altro, che è verde. In Camerun giocano con qualsiasi cosa, con palloni vecchi che neanche hanno più la forma rotonda, eppure li vedi sorridenti».

C'è un incontro che ti ha fatto riflettere su questo aspetto in modo particolare?
«Sì. In Camerun ho conosciuto una bambina, Naomi, che mi ha detto di voler andare negli Stati Uniti perché desidera far parte di una squadra di basket. Già da bambina è consapevole del fatto che rimanendo in Camerun non ce la farebbe a realizzare il suo sogno. E invece tutti dovrebbero avere la possibilità di riuscire anche nel proprio paese. Io spero che le persone capiscano che lo sport è davvero una possibilità. E che il posto in cui nasciamo non può determinare cosa vogliamo essere».

Chiara: «Se tiro fuori la cazzimma»

Chiara VingioneChiara Vingione, 28 anni, nazionale italiana di pallacanestro con sindrome di Down della FISDIR Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali

Cos'è per te lo sport di squadra?
«È un'attività molto importante perché ci dà la possibilità di imparare a impegnarci tutti insieme per un unico obiettivo. Ognuno dà forza all'altro, ognuno dà la carica all’altro».

Cosa ti dicono i tuoi compagni di squadra, quasi tutti uomini?
«Infatti siamo solo due ragazze. I ragazzi ci danno affetto, ci coccolano. Insieme scherziamo tanto. Mi dicono che sono dolcissima».

Una partita che più di altre racconta chi è Chiara.
«Sicuramente la partita dei Mondiali 2022 dove abbiamo vinto e dove ho tirato fuori tutta la mia cazzimma. Quella partita mi ha fatto crescere e resta un momento importante della mia vita».

Chiara, tu fai un sacco di cose: hai imparato la lingua dei segni, hai creato una linea di creme per il viso, sei tra i protagonisti del documentario "Come una vera coppia" (vedi su RaiPlay). E soprattutto sei una ballerina professionista. Non ti fermi mai?
«E perché dovrei fermarmi? Ho due genitori che mi seguono spesso, un ragazzo che mi vuole bene. Loro tifano per me. Sono la mia forza. Ovviamente verranno a vedere le gare di ballo che farò a settembre. Mi alleno quasi tutti i giorni con il mio partner, che non è il mio fidanzato. Amo il ballo latino, soprattutto la bachata. Con la bachata mi sento veramente Chiara, sono più che mai me stessa!».

 

  • GIOVANI E VOLONTARIATO

Gianrocco: «Quel bambino che mi ha visto solo»

Gianrocco IacoveraGianrocco Iacovera, 30 anni, UNITALSI

Da quanto tempo sei volontario in UNITALSI?
«Dal 2013. Avevo 18 anni. Il mio primo pellegrinaggio in treno non era assolutamente programmato. Mi hanno invitato e io mi sono abbandonato. Tutto mi aspettavo fuorché quello che poi è realmente accaduto. Pensavo di vedere due chiese, incontrare persone nuove... e invece no: spingendo una carrozzina mi si è aperto un mondo, ho conosciuto la disabilità e soprattutto ho capito che dando qualcosa si riceve infinitamente di più, quel di più che mi ha fatto arrivare fino a oggi».

Ricordi un episodio che più di altri ti ha fatto pensare che non avresti voluto essere altrove?
«Ce ne sono tanti, ma mi piace ricordarne uno avvenuto proprio durante l'ultimo pellegrinaggio. In quell'occasione abbiamo anche organizzato delle recite per i bambini. C'è stato un momento in cui mi sono ritrovato da solo ad aspettare che arrivasse un gruppo. Mi si avvicina un bambino con disabilità e mi dice: "Voglio stare con te perché ti ho visto solo. Ti voglio parlare di me". E ha iniziato a raccontarsi, a dirmi che a volte capita anche a lui di stare solo. Lì ho capito davvero l'importanza di esserci. Di donarsi. O almeno provarci».

Hai partecipato a questa due giorni per dire cosa?
«A testimoniare una delle tante cose concrete che i giovani possono fare. E a farla senza avere paura di sbagliare. Se si prova e ci si mette in discussione non si sbaglia mai. Anche se poi si capisce che non è quella la propria strada».

Silvia: «Semplici, non banali»

Silvia RinaldiSilvia Rinaldi, 19 anni, Fondazione MAiC – Pistoia

La MAiC, a Pistoia, opera con le persone con disabilità più complesse e le loro famiglie. E coagula intorno a sé un nutrito gruppo di giovani come te, Silvia, che scelgono di dedicare del tempo alle attività della Fondazione. Perché?
«Perché è soprattutto in questi ragazzi che noi vediamo la presenza del Signore. Nei loro gesti quotidiani scorgiamo quella bontà che è difficile trovare altrove».

Qual è il sentimento prevalente quando pensi alla tua esperienza al MAiC?
«Gioia, senz'altro. E gratitudine. Sai perché? Perché è stato grazie a loro che ho capito quanta speranza ci sia nel mondo e che voglio continuare a dedicarmi agli altri. Mi hanno aiutato a capire cosa voglio fare nella vita, anche lavorativamente».

Sappiamo che vuoi fare l'attrice. Che c'entra con i ragazzi che accompagnate?
«Ci sono ragazzi che non possono parlare ma che comunque comunicano mediante i gesti. La recitazione, dunque esternare le proprie emozioni, è il modo più semplice per potersi relazionare con loro. Semplice ma non banale, sia chiaro».

A proposito di semplicità e tentativi di semplificazione. Voi del MAiC ci avete proposto durante questo incontro uno spettacolo musicale su Edith Stein, monaca, filosofa, mistica, vittima della Shoah. Prima martire cattolica di origine ebraica ad essere canonizzata. Non una figura facilissima da raccontare.
«Il nostro professore ha avuto davvero tanta fiducia in noi. Non molte persone hanno fiducia nei giovani. La banalità non fa per noi, raccogliamo sfide. Proprio nei momenti in cui ci si mette più alla prova si capisce la vera essenza di ciascuno. Quindi volevamo confrontarci – e spingere chi vede lo spettacolo a farlo – con una figura di un tale spessore».

Anche i ragazzi con disabilità recitano con voi nello spettacolo. Che occasione è stata?
«Alcune parti le abbiamo semplificate in modo particolare, affinché il messaggio dello spettacolo fosse chiaro per tutti, a partire da chi ne fa parte. Ma è proprio questa semplicità che alla fine ha reso il lavoro estremamente bello e fruibile da tutti. A volte tendiamo a raffinare qualcosa in maniera eccessiva, quando in realtà per veicolare un messaggio la semplicità risulta essere sempre la chiave giusta».

Guglielmo: «Noi, servitori silenziosi»

Guglielmo Puglisi AlibrandiGuglielmo Puglisi Alibrandi, 25 anni, Circolo San Pietro – Roma

«Il Circolo San Pietro è un'associazione pubblica di fedeli fondata nel 1869 per servire il Papa attraverso le opere di carità. All'inizio consegnavamo pasti caldi, oggi abbiamo tre mense qui a Roma. Tra le altre cose distribuiamo indumenti e abbiamo nella chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini uno spazio di accoglienza per i pellegrini con disabilità. In altri spazi accogliamo persone senza dimora per permettere loro di lavarsi, avere a disposizione un barbiere, un medico e un psicologo. Promuoviamo anche due strutture di accoglienza in cui ospitiamo le famiglie in difficoltà economica che hanno bambini ricoverati presso l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù».

Sei il coordinatore del gruppo giovani del Circolo di San Pietro. Quali sono i tuoi compiti?
«Mi occupo di comunicare e promuovere ai trenta ragazzi del gruppo giovani (i soci sono in tutto circa 500) le varie iniziative del circolo. Adesso stiamo pensando anche di concentrarci in particolare su una sola attività, di prenderla in consegna come gruppo giovani. Un’ipotesi è occuparci dello spazio in cui distribuiamo gli indumenti».

Cosa racconti di questo tuo impegno agli amici che non sono volontari, negli altri ambienti che frequenti?
«Che per me è fondamentale spendere tempo, energie, risorse per qualcosa di più grande ovvero l'altro, il prossimo che ci sta davanti. E che è è straordinario. Chiaramente c'è un "ritorno", ci si sente, diciamo... pieni e questo fa bene, però non è il nostro scopo. Il motto del Circolo di San Pietro è: preghiera, azione e sacrificio. Noi cerchiamo di non farci notare troppo, non vogliamo attirare l'attenzione dei media perché pensiamo che è importante servire in maniera silenziosa. Ai nuovi soci ripetiamo che è fondamentale fare servizio pensando... al servizio che si fa. Sembra un gioco di parole, ma non lo è».

Nel tuo intervento in questa due giorni hai detto che "la speranza è quello che c’è da fare". Guglielmo, che c’è da fare?
«Tanto. La prima cosa è forse ricordare al mondo che si possono fare le cose in maniera diversa perché spesso si lascia indietro proprio chi è più vulnerabile, come le persone con disabilità».

 

  • GIOVANI E ...

Nicolò: «La mia felicità? Le scuole che abbiamo nel mondo»

Nicolò GovoniNicolò Govoni, 32 anni, scrittore e cooperante, fondatore dell'organizzazione umanitaria Still I Rise

Una serie di opportunità, di fallimenti, di difficoltà nel far capire a chi ti sta intorno le tue scelte drastiche. Hai parlato anche di questo nel tuo intervento. A che punto sei oggi a 32 anni?
«Un ragazzo felice di quello che si sta facendo, del punto a cui si è arrivati. Chiaramente c'è ancora molto da fare, però oggi con Still I Rise abbiamo cinque scuole in Kenya, Congo, Yemen, Siria e Colombia e tre in cantiere».

Un sacco di giovani sono qui per Nicolò. Come la vivi?
«Con un forte senso di responsabilità. Ma la vivrei alla stessa maniera con i meno giovani. L'impatto sugli altri è sempre da prendere con la massima serietà. Devo dire che la responsabilità che sento a volte mi fa stare in piedi la notte. Comunque, che io mi senta all'altezza o no, questa attenzione da parte delle persone la considero un grande privilegio».

E come consideri questi due giorni qui a San Giovanni Battista dei Fiorentini?
«Mentre ascoltavo le testimonianze ho pensato alla fortuna che ho avuto a venire qui e trovarmi esposto a questa comunità. Nelle scuole di Still I Rise ci sono anche ragazzi con disabilità, ma non è questo il nostro focus principale. Trovandomi davanti alle persone che si occupano di disabilità mi sono detto: che forza! Ogni volta che incontri qualcuno diverso da te, se ti disponi con la mente aperta, il cuore aperto, vieni arricchito».

Citiamo uno dei tuoi libri: "Un mondo possibile. Dieci ideee per cambiare il tuo futuro e la tua vita ogni giorno". La scrittura ti ha aiutato a cambiare?
«Io sono scrittore da prima di essere cooperante. Per me la scrittura è sempre stato un mezzo, un veicolo. Nessuno mi sentirà mai parlare della scrittura come emanazione divina o altro… Per me è uno strumento di divulgazione, di diffusione, di rafforzamento di quello che si fa. Quindi per me ha una valenza molto pratica».

Però aiuta.
«Senz’altro ti fa crescere perché ti spinge a metterti davanti a te stesso, ti fa capire la natura delle cose, dell'umanità. Ma resta un mezzo, un'arma se vogliamo. A me serve a divulgare ciò che faccio».

Diciamo che Still I Rise ti rende più felice della scrittura.
«Assolutamente. Senz'altro sono orgoglioso dei libri che ho scritto, ma la mia felicità arriva da Still I Rise».

Sara: «Quando recito sono me stessa»

Sara SenesiSara Senesi, 22 anni, attrice, casa di produzione cinematografica Poti Pictures Arezzo

Sara, cosa rappresenta per te la Poti Pictures?
«Una grande opportunità per imparare a fare cinema, esercitarmi con il mestiere dell’attrice. Finora ho partecipato a dei corti, dei video per le associazioni, per i social. Mi è piaciuto tantissimo e mi piace lavorare con Poti Pictures, che vuole creare una nuova visione della disabilità nel cinema e nella società».

Come ti prepari per ogni video che giri?
«Con Daniele Bonarini, il regista, ci mettiamo lì a cercare di capire il personaggio, come pensa e si muove, quali esperienze lo hanno portato a essere quello che è. Se non approfondiamo, non riusciamo poi a trasmettere le sue emozioni a chi vedrà i nostri lavori. Quando interpreto questi personaggi sono a mio agio, mi sento me stessa, anche se può sembrare strano».

Cosa piace di te ai responsabili della Poti Pictures?
«Piace il fatto che sono "salterellina", non mi fermo un attimo, sto sempre in movimento. Ogni tanto mi dicono anche di stare ferma, ma tanto non ci sto, perché sono sempre in agitazione».

Marco: «Il mio punto di forza è la precisione»

Marco CalderoneMarco Calderone, 29 anni, cooperativa sociale “Arte e libro” – Udine

Marco, tu lavori con la cooperativa, ma non ti occupi di libri.
«No, io confeziono prodotti biomedicali. "Arte e libro" è il nome della cooperativa, partita dal laboratorio di legatoria e di cornici. Ma andando avanti si sono aggiunti altri laboratori, come quello di assemblaggio di prodotti per l'arredamento e, appunto, quello dove lavoro io».

Ti piace questo lavoro?
«Sì, mi è sempre piaciuto. E mi fa sentire parte integrante di un gruppo di lavoro stabile, per cui lo vivo con serenità. Prima ero in borsa lavoro, dunque come se fossi sempre in prova. Invece adesso... E poi mi piace che qui ogni persona, nonostante le proprie caratteristiche, riesca ad avere un'opportunità».

O forse grazie alle proprie caratteristiche. Le tue?
«Inizio dicendoti il mio punto debole: ho la tendenza a distrarmi, a pensare a tante cose. Quindi la velocità non è la mia passione. Punto però sulla precisione, perché cerco di fare le cose bene, con cura, dando sempre il meglio. Anche se non riesco a essere veloce come i miei colleghi, quello che faccio è di qualità».

 

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